A dare avvio alla possibilità di emigrazione verso le Americhe fu il progresso tecnologico in campo navale della seconda metà dell'Ottocento, grazie al quale si iniziò a costruire navi a scafo metallico, sempre più capienti, riducendone il costo (prima improponibile per un emigrante di povere condizioni), e la pericolosità del viaggio.
Erano tante le cause di morte durante la traversata; ad esempio, morirono, in 52 per fame a bordo delle navi “Matteo Bruzzo” e “Carlo Raggio” che partirono da Genova
nel 1888 per il Brasile; in 24 per asfissia nella nave “Frisca”, diretta sempre in Brasile; morirono per una epidemia di colera nel 1889, nella nave “Remo”, il cui proprietario aveva venduto il doppio dei biglietti rispetto ai posti disponibili (i morti furono buttati in mare).
Morirono in 500 (stime approssimative) nel naufragio del piroscafo “Sirio” nel 1906, visibile nella copertina della Domenica del Corriere, 19 agosto 1906, qui sotto.
M. Missori, Le condizioni degli emigranti alla fine del XX secolo in alcuni documenti delle autorità marittime, «Affari Sociali Internazionali», 1/3 (1973), 97-98, cit. in A. Trento, Là dov’è la raccolta del caffè. L’emigrazione italiana in Brasile: 1875 – 1940, Padova, Antenore, 64
La traversata dell’Atlantico sulle navi a vapore durava da 21 a 30 giorni, a seconda della destinazione. Le analisi di giornali sanitari, cartelle cliniche dei passeggeri ricoverati nelle infermerie di bordo, relazioni degli ispettori, reportage dei giornalisti (Missori 1973; Molinari 1988), lettere, diari, racconti autobiografici degli stessi emigranti, delineano delle condizioni organizzative e igieniche terribili: gli emigranti italiani viaggiavano su navi sovraffollate, autorizzate a trasportare un numero di persone fino a tre volte inferiore di quello effettivo.
Molte volte si trattava di navi per il trasporto di carbone. I viaggiatori venivano nutriti quasi sempre con cibo avariato, la maggior parte di essi dormiva direttamente sul pavimento, erano soggetti a epidemie (principalmente il vaiolo) e c’era un’alta mortalità infantile.
Come risulta dai documenti qui sopra esposti, Antonio Agostinelli partì per New York nel 1907. Non è stato possibile ricostruire le sue vicende negli stati Uniti.
Possiamo solo dedurre che fece ritorno in Italia e il 26 marzo 1926 ripartì da Napoli, a bordo del piroscafo “Europa”, diretto a Buenos Aires.
Non conosciamo le sue vicende successive.
Come racconta il pronipote Marco Fagnano, che ci ha fornito la fotografia e i vari documenti di viaggio qui esposti, Antonio Agostinelli ritornò definitivamente a Rocche negli anni ’50, senza grandi fortune.
La foto grande lo ritrae a Rocche San Nicola dove visse fino alla sua scomparsa, nel 1970.
Qualcuno lo ricorda ancora in paese, mentre portava le sue pecorelle al pascolo.